Pressione alta: i nuovi limiti

http---media-s3.blogosfere.it-scienzaesalute-b-b64-thinkstockphotos-695935540Chi è interessato al problema, e non sono pochi, si sarà accorto, se viene controllato frequentemente perché ha il diabete o altre malattie di cuore, che i cardiologi stanno diventando sempre più severi quando ci dicono che abbiamo la pressione alta.
Una volta era opinione comune che la pressione ideale fosse “cento più l’età”. Oggi, valori così calcolati farebbero inorridire qualunque cardiologo: la mia pressione ideale (massima) così calcolata sarebbe 155, pressione che oggi viene considerata una ipertensione allo stadio II e andrebbe curata con i farmaci.

Negli ultimi mesi del 2017 sono state pubblicate le nuove linee guida dell’American Heart Association/American College of cardiology e di altre società scientifiche statunitensi. Nel diagramma che ne ho tratto per darvi un’idea, vedete che valori di pressione di 130/80 sono già considerati “pressione elevata”, e al di sopra di tali valori si parla di “ipertensione allo stadio I“.

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Tradotto in numeri, questo significa che oggi 103 milioni di americani sono ipertesi (mentre con la classificazione precedente gli americani ipertesi sarebbero stati “solo” 72 milioni).
Calato poi nella praticaccia quotidiana, questo vorrebbe dire che quasi tutti i pazienti a cui io provo la pressione quotidianamente avrebbero per lo meno una “pressione elevata“.
Va detto, però, che le stesse linee guida raccomandano di trattare con farmaci solo i pazienti con “ipertensione allo stadio II“; tutti gli altri potrebbero essere trattati “solo” con modifiche dello stile di vita (dieta, attività fisica, cessazione del fumo, riduzione degli alcolici), a meno che non abbiano già una malattia cardiovascolare in atto. Questo vuol dire che anche se il numero di ipertesi così individuati aumenterebbe, non per questo dovrebbe aumentare il numero di consumatori di farmaci per l’ipertensione.
Senonché, i valori cosiddetti target di pressione, cioè i valori che si dovrebbero raggiungere con l’intervento terapeutico, si sono abbassati anch’essi: se prima ci potevamo accontentare di un risultato inferiore a 140/90, adesso dobbiamo scendere sotto i 130/80.

Di fatto, tornando alla praticaccia quotidiana, non è un risultato impossibile da ottenere ma, soprattutto nelle persone anziane, diciamo sopra i 75 anni (e oggi ce ne sono molte nei nostri ambulatori), arrivare a quei valori richiederebbe un uso pesante degli anti-ipertensivi, associando due, tre, a volte quattro principi attivi diversi, in pazienti che spesso già assumono altri farmaci perché affetti da altre malattie.

Per tacere del fatto che il sistema circolatorio di questi “diversamente giovani” non ha l’elasticità e la prontezza di autoregolazione che si trova in età inferiori, e valori di pressione a target in condizioni statiche (con il paziente tranquillamente seduto in ambulatorio) potrebbero rivelarsi traditori in certe condizioni, per esempio quando la persona si alza in fretta dal letto, o si china per terra e si rialza bruscamente, causando vertigini, malesseri o addirittura svenimenti e cadute.

Tutto questo per dire che le linee guida, nate in ambito di ricerca su solide basi sperimentali, indubbiamente utili per guidare (appunto) le scelte del medico, devono essere calate nella realtà, secondo il vecchio principio di curare la persona, non solo la malattia.
Il che è precisamente il lavoro del vostro medico di famiglia.

Cannabis, dritto al punto

Medical Marijuana Buds on Black BackgroundDato che ho messo nella sezione DA SAPERE le tariffe dei certificati a pagamento, (principalmente per mettervi a conoscenza del fatto che… quasi tutti i certificati sono a pagamento), rilassiamoci qui, parlando di cannabis terapeutica. Cannabis, cioè canapa indiana, cioè marihuana, ma usata a scopo curativo, in ambito medico, comprata in farmacia.

Non ho intenzione di propinarvi un trattato esaustivo sui principi attivi, le indicazioni, gli effetti collaterali. Voglio solo darvi qualche ragguaglio molto pratico su come è possibile ottenerla e sul perché non è facile (perché non sia auspicabile che sia facile ottenerla, è un altro discorso e anche questo non è oggetto del post).
In più, voglio circoscrivere l’argomento alle norme vigenti in Piemonte, dato che ogni Regione ha le sue regole, cosa che come molte altre non ci facilita la vita, qui a Fantasilandia.
Quindi, saltiamo al volo la parte, fondamentale e molto ampia, della storia, della sociologia, delle indicazioni all’uso, dei motivi per cui prenderla, e semmai non prenderla: argomenti di conferenze, libri e spinose discussioni. Decidiamo che avete bisogno (perché non c’è dubbio che alcune condizioni cliniche si giovano di questo tipo di terapie) legittimamente, con una indicazione corretta, di curarvi con la cannabis.
Che fare?

Prima di tutto, in Italia e oggi, la cannabis non si compra come l’Augmentin, non esistono preparazioni del commercio da acquistare in scatolette colorate. La Cannabis è un prodotto galenico cioè deve essere preparato dal Farmacista stesso, a partire dalla materia prima, che il farmacista ottiene in forma di barattolini gialli sui quali è scritto bene in vista che non possono essere venduti come tali. La materia prima è di provenienza varia (per lo più Olanda, in Italia lo produce solo l’Istituto Farmaceutico Militare di Firenze, oppure Canada) e in varietà diverse (Bedrocan, Bedrobinol, Bediol, Bedrolite, Bedica, FM2) che contengono quantitativi diversi di principio attivo (THC Delta-9-tetraidrocannabinolo e CBD cannabidiolo in percentuali variabili) ottenuti per lo più dalla variante Sativa della Cannabis, più raramente dalla variante Indica.
Le Farmacie abilitate a produrre questo tipo di preparazioni galeniche non sono molte e non sono dietro l’angolo. Una ricerca sul sito di FarmaGalenica individua la farmacia più vicina a noi (Oulx) a San Pietro val Lemina (55km) e la successiva a Grugliasco.

Queste farmacie posso “confezionare” la cannabis in molti modi: cartine per decotti e per vaporizzazione (con appositi apparecchi venduti in farmacia), capsule (NON capsule da ingoiare, ma capsule apribili contenenti la cannabis finemente polverizzata per tisane), capsule vere e proprie, estratto in olio d’oliva (non quello dell’insalata, olio preparato appositamente per le farmacie), estratti alcolici, gel, colliri, e così via.

È importate che sappiate che l’assunzione della cannabis così confezionata non è banale: per esempio fare un decotto terapeuticamente efficace di cannabis non è come mettere la bustina del tè nella tazza di acqua calda, ma è un procedimento complesso e lungo (ci vanno anche 45 minuti) che richiede una sequenza precisa e piuttosto articolata per evitare che il prezioso principio attivo rimanga quasi tutto appiccicato al pentolino.

Ciò detto, se non avete limitazioni di budget, la cannabis può essere comprata dietro presentazione di una ricetta medica “bianca”, cioè non mutuabile (compilata secondo modalità molto precise, cioè non esattamente come prescrivere uno sciroppo per la tosse). In questo caso, pagate per intero il prezzo della preparazione, naturalmente variabile in base al quantitativo, ma non aspettatevi di spendere meno di diverse decine di euro, più facilmente oltre il centinaio.
Questa ricetta bianca la può fare qualunque medico iscritto all’albo, quindi anche il medico di base. Tenete però presente che si tratta di prescrizioni complesse che richiedono esperienza nel campo e molta confidenza con le dosi e le indicazioni; parlando per me, vi dico in tutta sincerità che, pur disponibile a documentarmi e a impratichirmi, al momento non ho nessuna esperienza nella gestione diretta di questo tipo di terapie. Ci vogliono gli specialisti della terapia del dolore, neurologi, anestesisti che abbiano familiarità con l’argomento.

Anche perché esiste la possibilità di avere una prescrizione “mutuabile” della cannabis, quindi gratuita. Qui le diverse Regioni hanno regolamenti differenti. In Piemonte, la cannabis può essere dispensata a carico del Sistema Sanitario Regionale soltanto per motivi molto precisi e sempre soltanto a patto che le terapie convenzionali non siano risultate efficaci.

I motivi sono (riassumendo e semplificando): dolore in caso di sclerosi multipla e lesioni del midollo spinale, dolore cronico da lesioni nervose, come anti-nausea in chemio- o radioterapia, glaucoma, perdita d’appetito in malati di tumore, sindrome di Gilles de la Tourette. Sempre e solo se gli altri trattamenti non sono efficaci.

Ma soprattutto, in questi casi, possono essere dispensati a carico del Sistema Sanitario solo dietro redazione di un Piano Terapeutico prodotto da Centri Ospedalieri Specialistici Abilitati, o distribuiti direttamente in ospedale. E infine, in Piemonte, si possono ottenere gratuitamente solo le preparazioni di cartine per decotti e cartine per vaporizzazione (entrambe vie di somministrazione che non sono considerate le più efficaci).

Dunque, la terapia con i principi attivi della cannabis è una vera e propria terapia e richiede competenza ed esperienza. E anche se qualunque liceale (si fa per dire, per carità!) saprebbe procurarsi discreti quantitativi di Delta-9-tetraidrocannabinolo senza tanto penare, qui siamo in territorio medico e nell’ambito della legalità e dobbiamo attenerci a principi e modalità prescrittivi molto rigidi. Quindi, anche se il vostro medico di famiglia è ben disposto e informato circa l’uso terapeutico della cannabis, tuttavia non potrà procurarvela schioccando le dita, per quanto grave e pressante sia il motivo di salute che vi porta da lui.
Conoscere le nostre (dei medici) difficoltà a muoverci nella giungla legislativa, aiuterà tutti a incontrarsi dove le soluzioni sono più ragionevoli e praticabili.
Irie!

Credits – Ho preso la maggior parte di queste informazioni dal dettagliatissimo sito di FarmaGalenica, una vera miniera sull’argomento, al quale vi rimando per i dettagli, molto puntuali e soprattutto molto aggiornati (i dati della Regione Piemonte sono aggiornati al marzo 2018), e in parte dal sito dell’Ordine dei Farmacisti della Provincia di Torino (un po’ meno aggiornato ma completo).

 

Giro Giro Tondo, si ferma il mondo

img_2004Comunicazione di servizio: VENERDÌ 25 maggio passa il Giro. Sono costretto a salire a Cesana al mattino, perché nel pomeriggio ci investe l’uragano rosa e la vita normale si ferma. Quindi, l’ambulatorio di Cesana sarà anticipato all’orario 11:30-13:00. Ho fatto tutto il possibile per avvertire chiunque, questo è l’ennesimo sforzo. Chi legge questa nota (o ha già ricevuto il messaggio Uozzàpp), mi scusi con l’inevitabile disinformato che si presenterà in ambulatorio alle 17:00. Io nel pomeriggio risponderò comunque al telefono e cercherò di venire incontro ad eventuali esigenze dell’ultimo minuto (per le emergenze, naturalmente, è sempre attiva l’Emergenza Sanitaria al numero telefonico 112).

MILLIGRAM • Il giallo della mano gialla

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In “Milligram“, che mi immagino come una specie di Instagram del dottore, vi racconterò piccoli episodi curiosi di vita d’ambulatorio, rigorosamente anonimi (anzi, abilmente mascherati per non dare neanche il minimo indizio sull’identità del paziente), motivo di sorpresa per me e per voi pillole di buona salute spicciola.


severe-carotenemia-2gjcnvyuQuando il vostro amico in pieno benessere, vigoroso e salutista, vi guarda preoccupato dietro i suoi baffetti biondi, raccontandovi delle mani e dei piedi che sono diventati di un simpatico colore giallo, che gli dite?
Tutti sapete che la pelle gialla vuol dire ittero, è una roba di fegato, di epatite, di chissà quale pericolosa malattia. Quindi lo portate dal medico.
Medico che, oltre a quello che sapete voi, ha in mente anche ipotesi più inquietanti, perché l’ittero può essere causato da malattie gravi del fegato, oppure da malattie del sangue. E le vie biliari, che portano la bile nell’intestino, si possono chiudere anche per un tumore; e così via per numerosi capitoli della patologia medica.
Quindi il medico non lo dà a vedere (o ci prova), ma si preoccupa anche più di voi, di fronte a quell’atletico ragazzo senza nessun sintomo, oltre tutto attentissimo alla dieta e agli stili di vita, che ha quella tonalità giallastra un po’ dappertutto, non solo sulle mani. Soprattuto se confrontato al padre rubicondo e un po’ sovrappeso che lo accompagna alla visita.
E soprattutto se al medico, guarda caso, poche settimane prima è capitato di vedere un’altra persona giovane e in salute, diventata improvvisamente gialla e operata al volo per un tumore delle vie biliari.
Quindi il medico prescrive tre o quattro paginate di esami del sangue, e un paio di giorni dopo fa un’ecografia.
Risultato: nulla. Ecografia normalissima, fegato pimpante, vie biliari limpide, colecisti ginnica.
E gli esami? Non sono ancora disponibili. Si fa subito una telefonata, ma il laboratorio non risponde, sono solo le nove del mattino.
Bene, ci risentiamo più tardi. Ci si saluta sorridendo ma la tensione è nell’aria. Il padre fa il duro ma è preoccupatissimo, l’atleta minimizza.
Ciao.
Ciao, a dopo.
A questo punto, chissà quale cortocircuito di informazioni fa scattare nel mio cervello un contatto e dico: “Non è che mangi troppe carote?”.
Lui: “Mah… sì, mangio tanta verdura, anche carote”.
Il padre: “Ne mangia quattro o cinque al giorno, tutti i giorni!”.
Quando hai la sensazione che i pezzi del puzzle vadano d’un colpo a posto. Dev’essere la stessa sensazione che prova la Signora in Giallo quando fa quella faccia furbetta verso la fine della puntata. Soluzione del caso: troppe carote tingono di giallo la pelle. O almeno questa è la spiegazione che suggerisco. La tensione si allenta, si torna a scherzare, il padre non si lascia convincere troppo in fretta, ma la sensazione è di sollievo.
Mentre i due aspettano di là, scrivo il referto dell’ecografia. E intanto spulcio (anch’io!) internet. Intuizione esatta, probabilmente sostenuta da qualche antichissima lettura accademica: esiste la carotenosi, un accumulo anomalo, negli strati della pelle, di beta-carotene, la sostanza colorata che abbonda nelle carote, ma anche in molte altre verdure: ecco allora palmi della mani e piante dei piedi di un bel colore giallo, diffusa colorazione della pelle, ma nessun giallo nel bianco degli occhi (che infatti il nostro atleta aveva normalissimi), e niente prurito, due sintomi tipici dell’ittero. Quindi, una manifestazione del tutto innocua, anche se può metterci qualche mese, a passare.
Insieme al referto, consegno loro anche un bigliettino con la parola “CAROTENOSI”: finalmente posso consigliare (anziché scoraggiare) l’uso di internet.
“Cercate questa parola su Google, che ci trovate le mani gialle!”.Unknown
E così, mentre io medito sulle bizzarre meraviglie della mente umana e sui suoi strani collegamenti, a voi lascio il pensierino che ogni cosa ha la sua misura e anche le migliori intenzioni salutistiche, se portate all’eccesso, possono trasformare un atleta in un personaggio dei Simpson.

Non siate iperprotettivi: lo stomaco ringrazia.

Abbiamo la radicata convinzione che il nostro stomaco debba essere protetto.
Pare incredibile che la gente abbia vissuto migliaia di anni senza il protettore gastrico. La gastrite, figlia dello stress o indotta da tutte le pastiglie che finiscono dentro il tartassato organo digestivo, deve essere curata a prescindere. Anzi, possibilmente prevenuta.
Con un’altra pastiglia.
Dobbiamo proteggere lo stomaco dai farmaci anti-infiammatori, dal cortisone, dallo stress operatorio di qualsiasi intervento chirurgico anche minimo, dall’ansia, dai cibi, dal fumo. Dobbiamo proteggere non soltanto lo stomaco, ma anche l’esofago dal reflusso, la laringe dall’acidità. Proteggere, proteggere, proteggere.
E sapete che c’è? Oggi lo possiamo fare facilmente e in maniera molto efficace.
Oggi, ma non da oggi, esistono i gastroprotettori. Sicuramente tra i farmaci più richiesti e prescritti nello studio del vostro medico di famiglia.
E funzionano.
I tempi in cui le ulcere gastriche si curavano con la chirurgia sono un ricordo.
Già nel lontano 1976, una curiosa famiglia di anti-istaminici creativi e fricchettoni si è riciclata come antiacido e anti-ulcera. Erano gli anti-H2, cugini degli antistaminici anti-H1, quelli che curano il raffreddore da fieno. La Cimetidina e poi la Ranitidina (ancora oggi in uso, anzi tornata di gran moda) hanno davvero cambiato le cose, nella terapia dell’ulcera gastrica.
Poi nella seconda metà dei favolosi anni ’80, sono arrivati i supereroi dal nome un po’ comico: gli inibitori di pompa (oggi è più trendy chiamarli PPI, meglio se con pronuncia all’inglese pi-pi-ài), l’Omeprazolo e i suoi figli e nipoti (Pantoprazolo, Rabeprazolo, Lansoprazolo, Esomeprazolo).
Queste due categorie di farmaci fanno una sola cosa, con meccanismi diversi: riducono la produzione di acido cloridrico da parte dello stomaco.

Oggi è molto à la page dichiararsi nemici giurati delle medicine e delle case farmaceutiche, ma queste categorie di farmaci sono tra gli esempi più lampanti di come “la chimica” possa cambiare la storia naturale di alcune malattie, che fino a ieri semplicemente non venivano curate o richiedevano interventi chirurgici complessi e pericolosi. Mio suocero, negli anni ’50 in America, ha rischiato la pelle e ha subìto una gastrectomia (gli hanno tolto lo stomaco) per quella che oggi sarebbe considerata una “banale” ulcera gastrica, curabile con un mese di PPI. Ma oggi, praticamente, le ulcere gastriche non le vediamo più.

Dunque, spezzata una lancia in favore delle ricerca scientifica (e non sarà l’ultima volta su questo blog) e dell’applicazione pratica dei frutti della stessa, eccomi però costretto a gettare acqua sul fuoco. Perché anche le cose che funzionano molto bene, possono funzionare… troppo bene. Così bene che creano un esercito di entusiasti consumatori ai quali bisogna imporre un altolà.
“Troppo di una cosa buona fa una cosa cattiva”, Diceva Po in “Kung-fu Panda”.

Per prima cosa, se i PPI (che in questo sono più bravi degli anti-H2) riducono forzatamente la produzione di acido nello stomaco e soprattutto se lo fanno per lungo tempo (mesi o anni), lo stomaco, a cui è stato insegnato che gli acidi li deve produrre per digerire i cibi, compensa questa forzata riduzione con una forzata produzione. Risultato: i farmaci anti-acido perdono in parte di efficacia, ma soprattutto appena smettete di prenderli si scatena un violento effetto-rimbalzo: tutto l’acido che lo stomaco produceva in più vi garantirà un’immediato peggioramento dei sintomi. Non potrete più fare a meno del farmaco. Al primo tentativo di sospenderlo, fuoco e fiamme.

In secondo luogo, quando un farmaco funziona così bene e per una patologia così diffusa, viene utilizzato da un enorme numero di persone e finisce prima o poi per incappare in qualche incidente di percorso, principalmente perché un campione così grande di utilizzatori consente di studiarne gli effetti con notevole dettaglio e si scopre che persino farmaci tanto ben tollerati (nella mia carriera non credo di aver mai avuto a che fare con un paziente che abbia avuto effetti collaterali significativi) possono fare danni se usati troppo.
Non è una grande scoperta, in fondo. Tutti i farmaci sono potenzialmente dei veleni. E persino la toma grassa e il tiramisù fanno malissimo, se si esagera.
Tuttavia alcune cose credo che le dobbiate sapere.

Tanto per cominciare, capirete da quanto detto sopra che se l’acido cloridrico è così importante per la digestione (e quindi l’assorbimento) di certi alimenti, ridurne la quantità ha i suoi effetti. Anche se qui si parla di ridurre la quantità di acido in eccesso, tuttavia con l’uso dei PPI sono stati descritti una diminuzione dell’assorbimento della vitamina B12 , del ferro e del magnesio (cliccate sui link per il riferimento bibliografico).
L’alterazione dell’assorbimento del calcio porterebbe a un aumentato rischio di fratture ossee, anche se con un meccanismo non ancora definito.
L’aumento di rischio di infezioni intestinali da Clostridium Difficile in ambiente ospedaliero è stato ridimensionato da un più recente studio  pubblicato sull’American Journal of Gastroenterology.
L’aumento di rischio di polmonite è stato in parte contestato da studi successivi.
L’aumentato rischio di infarto  in realtà sarebbe suggerito da uno studio osservazionale molto ampio ma poco affidabile.
L’aumento del rischio di M. Di Alzheimer è altrettanto discusso: uno studio importante del 2016 pubblicato su JAMA Neurology  sembrava darlo per certo, ma studi successivi, pubblicati su Gastroenterology e sul Journal of American Geriatric Society  sembrano contraddire l’assunto e quindi su questo punto non vi dò certezze. Resta il fatto che l’attenzione della comunità scientifica su questo problema è molto alta.
L’aumento di incidenza di insufficienza renale sembra confermato.
L’aumentato rischio di sviluppare cancro gastrico, pare dovuto alla gastrite atrofica sviluppata a seguito della potente inibizione della secrezione acida anche in assenza di infezione da Helicobacter, anche se uno studio successivo su pantoprazolo sembrerebbe ridimensionare il problema.
E per finire, uno studio pubblicato dal British Medical Journal nel luglio 2017 dimostrerebbe un aumento del 25% del rischio di morte per ogni causa tra gli utilizzatori di PPI. È uno studio osservazionale, cioè basato sull’osservazione di grandi numeri di pazienti nel passato, dove l’inghippo sta in quel “per ogni causa”, che naturalmente è ben lontano dallo stabilire un rapporto di causa-effetto tra i PPI e la morte dei pazienti, quindi va preso con moltissima cautela e non interpretato alla lettera.

Tutto questo sfoggio di erudizione per dire che nessuno studio scientifico, da solo, può trovare la verità: servono lavori di conferma, approcci diversi al problema e solo quando un numero consistente di studi ben progettati convergono su un’evidenza, questa può essere trasferita alla pratica clinica.
D’altro canto, possiamo dire che il proliferare di studi critici sull’uso indiscriminato di PPI, anche qualora non dimostrasse definitivamente una loro immediata pericolosità, deve quanto meno allarmare. La quantità di gastroprotettori prescritti ai giorni nostri è probabilmente troppo elevata rispetto alle reali indicazioni per il loro uso e l’innocuità a lungo termine è tutta da dimostrare.

Tanto è vero che l’Agenzia Italiana per il Farmaco (AIFA), che detta legge in materia, pone limiti restrittivi alla prescrivibilità a carico del Sistema Sanitario di questi farmaci (cioè alla loro cosiddetta “mutuabilità”). Detto brutalmente, se volete prendere PPI contro ogni evidenza di utilità, potete farlo, ma il farmaco lo pagate per intero (dovete sapere che oggi ci sono delle formulazioni di PPI che si vendono anche senza ricetta medica – il mercato sa dove pescare, quando si tratta di fare cassa).
Per curiosità, di seguito vi propongo due diagrammi di flusso che noi medici dobbiamo tenere a mente ogni volta che prescriviamo un PPI quando mettiamo sulla ricetta la famigerata nota ministeriale, un numero che dimostra che stiamo prescrivendolo per una precisa ragione (le note ministeriali in tema di PPI sono due, la numero 1 e la numero 48).
Se avrete voglia di seguire lo schema, scoprirete che l’uso di PPI per periodi superiori a un mese (e comunque da ricontrollare dopo un anno) è riservato a pochi casi selezionati.

In sintesi, avrete motivo di usare per più di un mese di fila i PPI solo se:

  • prendete anti-infiammatori praticamente di continuo per gravi malattie reumatiche o artrosiche;
  • prendete aspirina a basse dosi per “fluidificare” il sangue e avete più di 65 anni;
  • avete una malattia da reflusso gastroesofageo recidiva (cosa tutt’altro che facile da dimostrare nella realtà).

In tutti gli altri casi, dovrete ridurre il dosaggio (gradualmente!) fino a sospenderli, usare altre medicine in sostituzione (come gli antiacidi “di superficie” tipo il Maalox), modificare abitudini alimentari o di vita, evitare anti-infiammatori non indispensabili o… dare un po’ di respiro al vostro sistema nervoso.

Tutto questo per spiegarvi la mia faccia perplessa alla richiesta di prescrizione della millesima scatola di “protettore” gastrico.
Se la sala d’aspetto non sarà troppo piena, se non saranno gli ultimi tre minuti prima della chiusura (o magari già i 30 minuti dopo la fine dell’orario), se non avrò qualche situazione più grave in attesa, se non dovrò ancora rispondere a 10 mail e a 7 Whatsapp, se non squillerà il telefono proprio in quel momento… proverò a spiegarvi con calma tutto questo quando vedrò che prendete Omeprazolo da 5 anni senza apparente motivo. Altrimenti, spero che abbiate letto questo articolo e capiate al volo perché cercherò disperatamente di prescrivervi una dose ridotta di PPI.

Festa

Della liberazione. Dunque, oggi ambulatori chiusi, e ieri (ahimè) come sempre nei giorni prefestivi, ambulatori aperti solo alla mattina. Nel pomeriggio, qualche visita a domicilio, per non perdere l’allenamento, ma ambulatorio chiuso a Oulx.

Ricordo che quando gli ambulatori sono chiusi per festività, è sempre attivo il servizio di Guarda Medica (tel. 800 508 745).

E visto che ci siamo, approfitto per ricordare che il 1º maggio, martedì prossimo, è ancora festivo, quindi ambulatori chiusi e Guardia Medica. E di conseguenza lunedì (prefestivo) ambulatorio aperto solo al mattino, a Oulx. Da tutto ciò si può dedurre che… non faccio il ponte del primo maggio.

È tutto, per le comunicazioni di servizio.

In arrivo invece succulento articolo sui farmaci gastroprotettori, dove scoprirete un paio di cose interessanti che probabilmente non vi aspettavate. Rimanete sintonizzati!

Il test che non c’è

3F9E28CD-B7C6-49DF-AC13-CE15B520C803Come posso essere il più esplicito e sintetico possibile? Il test per le intolleranze alimentari non esiste.
O meglio, non esiste UN test che individui in colpo solo le vostre intolleranze alimentari. Esiste invece un percorso fatto di numerosi consulti specialistici ed esami che possono portare, dopo un viaggio lungo e talvolta frustrante, a individuare uno o più alimenti che dovete evitare.

Il problema, come sempre, nasce quando qualcuno pretende di trovare una soluzione semplice e apparentemente miracolosa a problemi molto complessi. E quella soluzione la mette in vendita.
Alcuni istituti seri, come l’Humanitas, vi propongono un “test per le intolleranze”, che non è affatto UN test, ma (come ben specificato sulla loro pagina in proposito) è un approccio complesso e interdisciplinare al problema.

I test da “una botta e via” sono invece elencati in una pubblicazione della Federazione degli Ordini dei Medici, che trovate anche gratuitamente come e-book su Amazon, redatta insieme a tre società scientifiche di Allergologia. Ebbene quei test sono sonoramente bocciati. Hanno “la stessa affidabilità del lancio di una monetina” e dànno 9 volte su 10 un risultato positivo solo per confortare il paziente.
Questi test inutili sono:
il test del capello (e quello sulle cellule del sangue);
il test della forza (che pretende di individuare l’alimento nocivo se riduce la forza muscolare manipolandolo);
Il Vega-test (il paziente tiene in mano un elettrodo negativo, collegato a un circuito al quale si applica l’alimento, e viene toccato con l’elettrodo positivo);
– la Biorisonanza (le variazioni indotte nel campo magnetico del paziente da alimenti supposti nocivi sono valutate da un computer);
il Pulse-test (riflesso cardiaco auricolare, che valuta le alterazioni della frequenza cardiaca ponendo il paziente a contatto con l’alimento sospetto).

Questo, per me, mette la parola FINE a tutte le discussioni sulla possibilità di individuare miracolosamente, in un colpo solo, le sostanze che, una volta mangiate, vi provocano tutti quegli strani sintomi.
Ma posso dirvi di più.

Un bell’articolo della Dr.ssa F. Puggioni cita uno studio della Siaaic (Società italiana di Allergologia Asma e Immunologia clinica) e chiarisce (riporto testualmente): “Le allergie alimentari interessano oltre 2 milioni di italiani, tra cui 600mila bambini, mentre le intolleranze alimentari sono un problema per 10 milioni. Sono 8 milioni invece, sottolineano gli esperti, le persone che pensano di avere un problema simile con il cibo spinte da condizionamenti o suggestioni psicologiche, circa il 25%, ma in realtà a soffrirne è solo il 4,5% degli adulti e il 5-10% dei bambini”.
Otto milioni pensano di avere un problema col cibo, ma solo il 4,5% ne soffrono veramente.

Capite allora che il problema è molto sfaccettato.
Come minimo dobbiamo individuare tre categorie di pazienti:
– quelli che hanno una allergia alimentare (meccanismo che coinvolge il sistema immunitario, come le allergie ai pollini);
– quelli che hanno una intolleranza alimentare (il sistema immunitario non c’entra: devono evitare certi cibi perché il loro organismo non ha i mezzi per digerirli, di solito perché sono carenti di qualche enzima digestivo, per esempio la lattasi per il lattosio);
– e… quelli che non hanno alcun problema con i cibi, ma credono di averne (intendiamoci, non si tratta di persone che “si inventano” i sintomi, solo che i loro sintomi non sono dovuti a quello che mangiano o, per lo meno, non a certi cibi particolari).

Allora, quello che spiego spesso a chi mi chiede di “fare il test per le intolleranze alimentari” perché ha disturbi intestinali continui, vaghi, inspiegabili, irrisolvibili, o perché ha disturbi ancora più vaghi, neanche solo intestinali (stanchezza, malessere generale, mal di testa persistente, dimagrimento, eccetera), è che la strada per individuare le cause dei suoi mali non è rapida né unica. Parte di solito da una visita Allergologica (o Gastroenterologica) e porta all’esecuzione di una serie di test allergici, esami del sangue, delle feci, fino addirittura a esami endoscopici (gastroscopia, colonscopia) che solo piuttosto raramente portano a una diagnosi di allergia o intolleranza alimentare a sostanze specifiche.

Se questo è chiaro, e non ci si aspetta soluzioni prèt-à-porter dalla medicina, allora si può individuare e concordare un percorso di studio che richiede pazienza e costanza e anche la consapevolezza che è possibile arrivare a una “non diagnosi”, cioè all’esclusione di molte (se non tutte) le patologie gravi e alla necessità di convivere, non senza l’aiuto di terapie sintomatiche, con uno stato che non è di “malattia” ma di “salute imperfetta”.
Il che, alla fine, se ci pensate bene, è la cosa migliore che ci possiamo augurare col passare degli anni.

[Mi riservo di parlare del problema del GLUTINE in un prossimo post, perché l’argomento ha bisogno di un po’ di spazio, anche se di fatto il problema rientra tra quelli qui accennati].