Il test che non c’è

3F9E28CD-B7C6-49DF-AC13-CE15B520C803Come posso essere il più esplicito e sintetico possibile? Il test per le intolleranze alimentari non esiste.
O meglio, non esiste UN test che individui in colpo solo le vostre intolleranze alimentari. Esiste invece un percorso fatto di numerosi consulti specialistici ed esami che possono portare, dopo un viaggio lungo e talvolta frustrante, a individuare uno o più alimenti che dovete evitare.

Il problema, come sempre, nasce quando qualcuno pretende di trovare una soluzione semplice e apparentemente miracolosa a problemi molto complessi. E quella soluzione la mette in vendita.
Alcuni istituti seri, come l’Humanitas, vi propongono un “test per le intolleranze”, che non è affatto UN test, ma (come ben specificato sulla loro pagina in proposito) è un approccio complesso e interdisciplinare al problema.

I test da “una botta e via” sono invece elencati in una pubblicazione della Federazione degli Ordini dei Medici, che trovate anche gratuitamente come e-book su Amazon, redatta insieme a tre società scientifiche di Allergologia. Ebbene quei test sono sonoramente bocciati. Hanno “la stessa affidabilità del lancio di una monetina” e dànno 9 volte su 10 un risultato positivo solo per confortare il paziente.
Questi test inutili sono:
il test del capello (e quello sulle cellule del sangue);
il test della forza (che pretende di individuare l’alimento nocivo se riduce la forza muscolare manipolandolo);
Il Vega-test (il paziente tiene in mano un elettrodo negativo, collegato a un circuito al quale si applica l’alimento, e viene toccato con l’elettrodo positivo);
– la Biorisonanza (le variazioni indotte nel campo magnetico del paziente da alimenti supposti nocivi sono valutate da un computer);
il Pulse-test (riflesso cardiaco auricolare, che valuta le alterazioni della frequenza cardiaca ponendo il paziente a contatto con l’alimento sospetto).

Questo, per me, mette la parola FINE a tutte le discussioni sulla possibilità di individuare miracolosamente, in un colpo solo, le sostanze che, una volta mangiate, vi provocano tutti quegli strani sintomi.
Ma posso dirvi di più.

Un bell’articolo della Dr.ssa F. Puggioni cita uno studio della Siaaic (Società italiana di Allergologia Asma e Immunologia clinica) e chiarisce (riporto testualmente): “Le allergie alimentari interessano oltre 2 milioni di italiani, tra cui 600mila bambini, mentre le intolleranze alimentari sono un problema per 10 milioni. Sono 8 milioni invece, sottolineano gli esperti, le persone che pensano di avere un problema simile con il cibo spinte da condizionamenti o suggestioni psicologiche, circa il 25%, ma in realtà a soffrirne è solo il 4,5% degli adulti e il 5-10% dei bambini”.
Otto milioni pensano di avere un problema col cibo, ma solo il 4,5% ne soffrono veramente.

Capite allora che il problema è molto sfaccettato.
Come minimo dobbiamo individuare tre categorie di pazienti:
– quelli che hanno una allergia alimentare (meccanismo che coinvolge il sistema immunitario, come le allergie ai pollini);
– quelli che hanno una intolleranza alimentare (il sistema immunitario non c’entra: devono evitare certi cibi perché il loro organismo non ha i mezzi per digerirli, di solito perché sono carenti di qualche enzima digestivo, per esempio la lattasi per il lattosio);
– e… quelli che non hanno alcun problema con i cibi, ma credono di averne (intendiamoci, non si tratta di persone che “si inventano” i sintomi, solo che i loro sintomi non sono dovuti a quello che mangiano o, per lo meno, non a certi cibi particolari).

Allora, quello che spiego spesso a chi mi chiede di “fare il test per le intolleranze alimentari” perché ha disturbi intestinali continui, vaghi, inspiegabili, irrisolvibili, o perché ha disturbi ancora più vaghi, neanche solo intestinali (stanchezza, malessere generale, mal di testa persistente, dimagrimento, eccetera), è che la strada per individuare le cause dei suoi mali non è rapida né unica. Parte di solito da una visita Allergologica (o Gastroenterologica) e porta all’esecuzione di una serie di test allergici, esami del sangue, delle feci, fino addirittura a esami endoscopici (gastroscopia, colonscopia) che solo piuttosto raramente portano a una diagnosi di allergia o intolleranza alimentare a sostanze specifiche.

Se questo è chiaro, e non ci si aspetta soluzioni prèt-à-porter dalla medicina, allora si può individuare e concordare un percorso di studio che richiede pazienza e costanza e anche la consapevolezza che è possibile arrivare a una “non diagnosi”, cioè all’esclusione di molte (se non tutte) le patologie gravi e alla necessità di convivere, non senza l’aiuto di terapie sintomatiche, con uno stato che non è di “malattia” ma di “salute imperfetta”.
Il che, alla fine, se ci pensate bene, è la cosa migliore che ci possiamo augurare col passare degli anni.

[Mi riservo di parlare del problema del GLUTINE in un prossimo post, perché l’argomento ha bisogno di un po’ di spazio, anche se di fatto il problema rientra tra quelli qui accennati].

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