Pressione alta: i nuovi limiti

http---media-s3.blogosfere.it-scienzaesalute-b-b64-thinkstockphotos-695935540Chi è interessato al problema, e non sono pochi, si sarà accorto, se viene controllato frequentemente perché ha il diabete o altre malattie di cuore, che i cardiologi stanno diventando sempre più severi quando ci dicono che abbiamo la pressione alta.
Una volta era opinione comune che la pressione ideale fosse “cento più l’età”. Oggi, valori così calcolati farebbero inorridire qualunque cardiologo: la mia pressione ideale (massima) così calcolata sarebbe 155, pressione che oggi viene considerata una ipertensione allo stadio II e andrebbe curata con i farmaci.

Negli ultimi mesi del 2017 sono state pubblicate le nuove linee guida dell’American Heart Association/American College of cardiology e di altre società scientifiche statunitensi. Nel diagramma che ne ho tratto per darvi un’idea, vedete che valori di pressione di 130/80 sono già considerati “pressione elevata”, e al di sopra di tali valori si parla di “ipertensione allo stadio I“.

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Tradotto in numeri, questo significa che oggi 103 milioni di americani sono ipertesi (mentre con la classificazione precedente gli americani ipertesi sarebbero stati “solo” 72 milioni).
Calato poi nella praticaccia quotidiana, questo vorrebbe dire che quasi tutti i pazienti a cui io provo la pressione quotidianamente avrebbero per lo meno una “pressione elevata“.
Va detto, però, che le stesse linee guida raccomandano di trattare con farmaci solo i pazienti con “ipertensione allo stadio II“; tutti gli altri potrebbero essere trattati “solo” con modifiche dello stile di vita (dieta, attività fisica, cessazione del fumo, riduzione degli alcolici), a meno che non abbiano già una malattia cardiovascolare in atto. Questo vuol dire che anche se il numero di ipertesi così individuati aumenterebbe, non per questo dovrebbe aumentare il numero di consumatori di farmaci per l’ipertensione.
Senonché, i valori cosiddetti target di pressione, cioè i valori che si dovrebbero raggiungere con l’intervento terapeutico, si sono abbassati anch’essi: se prima ci potevamo accontentare di un risultato inferiore a 140/90, adesso dobbiamo scendere sotto i 130/80.

Di fatto, tornando alla praticaccia quotidiana, non è un risultato impossibile da ottenere ma, soprattutto nelle persone anziane, diciamo sopra i 75 anni (e oggi ce ne sono molte nei nostri ambulatori), arrivare a quei valori richiederebbe un uso pesante degli anti-ipertensivi, associando due, tre, a volte quattro principi attivi diversi, in pazienti che spesso già assumono altri farmaci perché affetti da altre malattie.

Per tacere del fatto che il sistema circolatorio di questi “diversamente giovani” non ha l’elasticità e la prontezza di autoregolazione che si trova in età inferiori, e valori di pressione a target in condizioni statiche (con il paziente tranquillamente seduto in ambulatorio) potrebbero rivelarsi traditori in certe condizioni, per esempio quando la persona si alza in fretta dal letto, o si china per terra e si rialza bruscamente, causando vertigini, malesseri o addirittura svenimenti e cadute.

Tutto questo per dire che le linee guida, nate in ambito di ricerca su solide basi sperimentali, indubbiamente utili per guidare (appunto) le scelte del medico, devono essere calate nella realtà, secondo il vecchio principio di curare la persona, non solo la malattia.
Il che è precisamente il lavoro del vostro medico di famiglia.

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